C’è un silenzio particolare quando se ne va un centravanti che ha saputo abitare l’area di rigore come fosse casa sua: un silenzio pieno di immagini, di colpi di testa sospesi nell’aria. Con la morte di Beppe Savoldi, scomparso giovedì 26 marzo a 79 anni, il calcio italiano perde non soltanto uno dei suoi bomber più prolifici, ma una figura che ha segnato un’epoca, lasciando dietro di sé il ricordo di un calcio essenziale, concreto, potente, profondamente umano.

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L’annuncio è arrivato attraverso le parole del figlio Gianluca, affidate ai social: un saluto pieno di dolore e dignità, nel quale la famiglia ha raccontato un ultimo tratto di strada vissuto nella sua casa, tra gli affetti più cari, nei luoghi che gli appartenevano da sempre. È lì, nella sua Bergamasca, ai piedi della Maresana, che si è chiuso il percorso di un uomo rimasto fedele alle proprie radici fino all’ultimo giorno. Nato a Gorlago il 21 gennaio 1947, Savoldi apparteneva a una famiglia in cui lo sport era quasi un linguaggio naturale. Prima ancora del pallone, nella sua formazione c’era stata anche la pallacanestro, passione giovanile che gli lasciò in eredità quella straordinaria elevazione destinata a diventare la sua firma tecnica: colpiva di testa con un tempo quasi irreale, trasformando ogni cross in una minaccia costante.