Roma, 26 mar. (askanews) – Dopo averla chiamata una “escursione” ora il presidente americano, Donald Trump, definisce la guerra in Iran un “detour piccolo” che “non durerà molto, finirà presto”. Lo ha fatto durante la prima riunione di gabinetto dallo scoppio guerra contro l’Iran il 28 febbraio scorso. Una riunione in cui Trump, dopo aver ribadito di essere “deluso dalla Nato”, ha rivendicato che è Teheran a implorare adesso un accordo. I negoziati ci sono, ma nessuno si fida. E non sono l’unico piano sul tavolo. Di nessuno dei due, anzi tre, contendenti.

Tra negoziato o intervento di terra, infatti, la Casa Bianca non ha ancora chiaro in che modo risolvere la crisi iraniana, e al momento le iniziative diplomatiche, per quanto indirette, appaiono lontane da garantire una soluzione. Che i negoziati indiretti siano effettivamente in corso lo ha confermato il ministro degli Esteri pachistano, Ishaq Dar, che ha precisato come l’iniziativa goda del sostegno di Turchia ed Egitto – e dei Paesi del Golfo, che a detta del Segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg) vorrebbero anzi essere coinvolti direttamente.

Dall’Amministrazione Trump arrivano segnali discordanti: mentre il Presidente minaccia di nuovo un’intensificazione del conflitto e invita Teheran a “impegnarsi sul serio prima che sia troppo tardi” – e il Segretario alla Guerra Pete Hegseth parla di “negoziare con le bombe” – lo speaker della Camera Mike Johnson esclude la possibilità di un intervento terrestre nel momento in cui convergono nell’area migliaia di Marines e paracadutisti.