Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

Ultimo aggiornamento: 15:09

“Un giorno in ambulatorio venne una bambina di circa 5 anni bellissima e vestita con cura, accompagnata da un uomo sovrappeso, scarmigliato e che sembrava anziano (un padre? Un nonno? Un amico dei genitori?), che parlava solo la lingua urdu. Eravamo un perplessi e purtroppo quel giorno il mediatore di urdu non c’era, quindi visitai la bambina senza poter interagire né con lei né con lui. Non si sapeva nemmeno perché fossero venuti a visita, sembrava una bambina sana. Ricordo ancora il disagio che mi ha accompagnato per un po’”. A spiegare quanto siano fondamentali mediatori linguistici e culturali quando sei in un ambulatorio sanitario, in particolare, quello di Emergency, è Vittorio Urbani.

Già pediatra di base, oggi lavora come volontario nel poliambulatorio di Ponticelli, a Napoli, dopo una vita spesa a Venezia sia come pediatra che come volontario, sempre di Emergency, nell’ambulatorio di Marghera. Nel corso del tempo ha visto migranti o persone straniere – come “la nonna ucraina che portava il nipotino perché la figlia lavorava” – ma anche persone in difficoltà economiche che non potevano accendere il riscaldamento, oppure non sapevano orientarsi nella complessità della burocrazia medica italiana o non avevano il medico di famiglia: “Ricordo ad esempio quella donna scappata di casa da un marito violento e andata a stare con la madre in un’altra zona della città”.