Prima di volare in Indonesia per andare a subire 16 gol dal Marocco ai Mondiali Under-17, Jean-Philippe Angexetine non aveva mai lasciato Lifou, un’isola piatta, lunga, bianca di corallo, dove il tempo si misura con le maree. La mattina si pesca, si nuota, si cercano granchi tra le rocce. Il calcio viene dopo. Se il capo tribù chiama, si smette di giocare.
Lo chiamano Aquaman, ma non è un soprannome ironico. È letterale. Vive in acqua, ci è cresciuto dentro. È alto un metro e sessantacinque, gioca da attaccante, dicono sia veloce. Non ha fatto mai palestra. Le gambe gli vengono da lì, dal mare.
Quando è arrivato a Nouméa per i primi raduni della Nazionale, sembrava lento, quasi assente. Non era abituato al ritmo della città. Non era abituato a correre per qualcosa. Poi si è trovato davanti i difensori dell’Inghilterra e del Brasile, giovani difensori già inseguiti dai milioni dei club europei. Lui ha continuato a fare le cose che gli tocca fare nel campionato con le trasferte più scomode del mondo: 40 minuti sopra il Pacifico, per andare a Nouméa e poi tornare indietro.
Questo è il calcio in Nuova Caledonia: duecentosettantamila abitanti, un territorio d’oltremare della Francia a cui è stato promesso di diventare uno stato vero e proprio, ma non indipendente. Per il calcio esiste già, ed è a due partite di distanza dai Mondiali, né più né meno dell’Italia. Semifinale con la Giamaica: chi vince sfida la Repubblica Democratica del Congo.







