Nella prima fase dell’IA moderna che ha portato - per intenderci - al lancio di ChatGpt, le aziende hanno sfruttato, più o meno legalmente, enormi archivi già presenti sul web per addestrare modelli generativi capaci di imitare capacità cognitive tipicamente umane.

Oggi che i contenuti di internet sono esauriti, molte società stanno progettando prodotti, servizi e persino forme di lavoro con l’obiettivo di produrre dati nuovi e più specifici per l’addestramento dell’intelligenza artificiale.

Il caso Pokémon Go e il valore dei dati geospaziali

Quando nel marzo 2025 Niantic - azienda statunitense leader nello sviluppo di videogiochi per dispositivi mobili basati sulla realtà aumentata - ha venduto la propria divisione di videogiochi – inclusi Pokémon Go, Pikmin Bloom e Monster Hunter Now – alla società di mobile gaming Scopely per circa 3,5 miliardi di dollari, ha scorporato la propria tecnologia principale in una nuova società, Niantic Spatial, per sviluppare modelli di “geospatial AI”, cioè sistemi di intelligenza artificiale in grado di comprendere e interpretare il mondo fisico.

Il “tesoro” di Niantic, infatti, non era unicamente il titolo “Pokémon Go”, ma il database costruito in oltre un decennio di partite. Gran parte di questi dati è stata prodotta, infatti, tramite funzioni di AR mapping introdotte nel gioco: per trovare i Pokémon, bisognava spostarsi nello spazio urbano con la fotocamera dello smartphone attiva per ricostruire digitalmente lo spazio.