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La mia paura di perdere i capelli ha avuto origine in un giorno indefinito del 2005, nel vivo dell’adolescenza, quando mio fratello, più grande di me di quasi vent’anni, mi diagnosticò arbitrariamente, e con ghigno beffardo, una calvizie precoce: «Stai a perde’ i capelli, eh. Guarda che stempiatura».

Ricordo ancora lo shock dovuto al dubbio che forse, fino a quel momento, nonostante avessi i capelli lunghi, lisci, che mi fasciavano il volto coprendo le orecchie e l’intera fronte, avessi sottovalutato un problema. La mia stempiatura era profonda, certo, ma l’avevo sempre ascritta al patrimonio genetico della famiglia di mia madre, alla fronte amplissima di mio nonno. Avevo guardato al ceppo sbagliato dei miei antenati, trascurando alcuni zii e cugini calvi di mio papà? Per anni, a causa di quel cattivo presagio, avrei vissuto come Vitangelo Moscarda in Uno, nessuno e centomila, quando Dida gli fa notare che il suo naso pende verso destra: «…la scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto mi stizzì come un immeritato castigo».

Da quel giorno in poi, davanti a ogni prurito del cuoio capelluto, desquamazione, a ogni capello rintracciato sul cuscino, nel lavandino, nella doccia, ai millimetri di stempiatura che il tempo, fisiologicamente, si mangiava, mi sarebbe risultato impossibile non pensare al suddetto vaticinio fraterno: stai a perde’ i capelli, eh.