Janis Chen ha un cancro ai polmoni al quarto stadio con metastasi. Sa che non guarirà, ma la fine non è imminente: vive sospesa tra la vita e la morte, in quella fase in cui è la sopravvivenza a scandire il ritmo delle giornate. Il respiro, quell’azione meccanica che molti danno per scontata, per lei «è una risorsa limitata che devo spendere con la prudenza di un avaro», anche perché «quando si guarisce, il mondo esulta; quando si muore, si piange. Ma quando si è semplicemente in fase di mantenimento, il mondo è smarrito». Senza filtri né edulcorazioni, lo racconta al The Guardian nella sezione “Death and Dying”, che raccoglie testimonianze personali, interviste e pareri di esperti su morte, malattie terminali e lutto, con l’obiettivo di sensibilizzare il lettore.

Arrivare alla diagnosi, per Janis – psicologa interculturale con esperienza di valutazione psichiatrica – non è stato semplice. Come riportato dal sito della Roy Castle Lung Cancer Foundation, tutto è iniziato con un dolore al petto. Suo padre e sua nonna morirono per la stessa malattia e qualcosa dentro di lei le suggeriva di non ignorare quel sintomo: «Ho dovuto insistere con il mio medico di base perché mi prescrivesse una radiografia al torace. Ora condivido la mia storia per aiutare a fare lo stesso». Eppure, per ben due volte, il medico attribuì tutto all’ansia. La diagnosi arrivò quando aveva 51 anni e stava preparando il matrimonio, dopo complicazioni durante una biopsia, a fine 2022, che la costrinsero a due interventi e ritardarono l’accertamento definitivo. «Se c'è un messaggio che spero di condividere, è questo: ascoltate il vostro corpo. Fidatevi del vostro istinto. Nessuno conosce la vostra esperienza di vita meglio di voi. E a volte, difendere i propri diritti potrebbe salvarvi la vita».