Aveva una passione divorante per la politica. Una volta, nei suoi continui vai e vieni in clinica, per un cuore che non stava al passo con la sua frenesia di democristiano infaticabile e non solo brillante ma anche intelligentissimo un medico gli ha detto: «Lei, onorevole Cirino Pomicino, ha molti modi per morire ma il più malinconico sarebbe quello di morire avendo rinunciato alla politica. E lui: "Dottore, io farò politica anche da morto"».
Ora non c'è più questo democristiano che si pensava fosse eterno - e invece è morto ieri a 86 anni alla clinica Quisisana di Roma - perché da decenni vinceva ogni volta contro i suoi acciacchi, non solo cuore ma anche trapianto del rene, e due mesi fa appena uscito da un ricovero e in procinto di tornare in ospedale, in un convegno all'Istituto Sturzo sul carteggio tra Andreotti e Cossiga, ha confidato a un amico che gli sedeva accanto: «Il problema italiano oggi è che la classe dirigente è merce rara». E così proseguiva: «Noi abbiamo fatto anche tanti sbagli, ma sapevamo, e lo abbiamo dimostrato, come si fa a dare sviluppo a un Paese».
E pensare che molti, da sinistra, pur stimandolo profondamente, lo accusavano come ministro del Bilancio di essere uno scialacquatore, di aver provocato il famoso debito pubblico della Prima Repubblica. E ha ragione Mastella quando lo definisce "un keynesiano". Perché aveva il senso della redistribuzione delle ricchezze per far progredire Napoli e il Mezzogiorno d'Italia.










