Un’opera scelta per rappresentare un Paese, un intervento politico che ne chiede l’esclusione e una polemica che finisce per travolgere l’intera partecipazione nazionale. Il caso che ha portato il Sudafrica a cancellare la propria presenza alla prossima 61ª Biennale di Venezia ruota attorno al lavoro di Gabrielle Goliath e alla richiesta del ministro della Cultura Gayton McKenzie di rimuovere la sua opera «Elegy», selezionata all’unanimità per il Padiglione sudafricano. Una decisione che ha riaperto il dibattito sul rapporto tra rappresentanza nazionale e libertà di espressione artistica.

Al centro della controversia vi è una nuova iterazione di «Elegy», progetto performativo e installativo che da anni attraversa la sua ricerca dell’artista. L’opera intreccia memoria e violenza, mettendo in relazione il passato coloniale e l’eredità dell’apartheid con tragedie contemporanee. Nella versione destinata alla Biennale, questo intreccio arrivava a includere anche la morte di donne e bambini a Gaza, con un riferimento al lutto per la scomparsa della poetessa palestinese Heba Abu Nada: un elemento che, secondo il ministro, avrebbe reso il lavoro politicamente inappropriato per un contesto di rappresentanza nazionale.