In guerra non si hanno scadenze, ma solo obiettivi, e quello israeliano è «rimuovere la minaccia esistenziale iraniana sul lungo periodo»: un concetto che Gerusalemme ha messo in chiaro a più riprese e che ieri è stato confermato dal suo ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar. Solo in questo modo – e «grazie alla collaborazione con i nostri amici americani» – Israele non sarà obbligato ad affrontare «una guerra dopo l’altra». Sa’ar ha quindi chiarito che la caduta del regime di Teheran «dipende dal popolo iraniano» e che non necessariamente deve verificarsi durante la campagna militare in corso: «Potrebbe accadere dopo: la cosa più importante è creare le condizioni perché si verifichi».

Le condizioni passano dall’arsenale che Israele sta impiegando da fine febbraio nell’operazione “Ruggito del leone”. Quanto all’aeronautica, lo stretto legame con gli Stati Uniti è più che mai evidente: tra i punti di forza ci sono i caccia F-15 Eagle, con la loro ampia autonomia che consente operazioni a lungo raggio contro obiettivi fortificati (come i siti nucleari) e infrastrutture strategiche. E gli F-16 Fighting Falcon, estremamente versatili, al pari degli F-35, che trovano spazio nelle operazioni in territori ben presidiati grazie alla bassa osservabilità radar e utili per target sensibili. Israele può dunque fare affidamento sulla capacità di colpire fino a 2.000 km di distanza, senza basi intermedie, ma con rifornimenti in volo.