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Ultimo aggiornamento: 6:11
di Pietro Fucile
Il 21 marzo non segna solo il risveglio della natura, è anche la Giornata Mondiale della Poesia, istituita dall’Unesco nel 1999 per celebrare la parola poetica come custode della diversità linguistica e ponte universale tra i popoli. In Francia, l’iniziativa “Le Printemps des Poètes” trasforma le città in palcoscenici a cielo aperto, portando i versi fin nelle metropolitane e nelle scuole come un bene pubblico essenziale. Per portata e partecipazione, è considerato il più importante evento poetico al mondo. In Italia, sebbene la giornata si animi con letture e incontri nelle biblioteche, la ricorrenza non gode ancora del rilievo che meriterebbe. Una carenza che invita a una seria riflessione.
In un’epoca dominata dall’utilitarismo, dalle performance e dalle skills, lo spazio per la poesia tende a contrarsi. Tuttavia, quando a questo scenario si aggiungono arroccamenti identitari e dispute territoriali, tali spazi rischiano di ridursi a “riserve per reietti”. È opportuno ricordare che la storia letteraria italiana ha talvolta sofferto di una parzialità geografica persino nelle sedi istituzionali. Emblematico è il caso delle linee guida ministeriali del 2010, quando l’elenco degli autori suggeriti per i programmi scolastici escluse paradossalmente le grandi voci del Mezzogiorno, anche se premi Nobel come Quasimodo.








