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Ultimo aggiornamento: 6:14
Il mio primo grande e glorioso ricordo di Twitter risale all’estate del 2009. C’era un giornale da inventare, Il Fatto Quotidiano, e in quella stagione di lanci e speranze davo il mio contributo aprendo gli account del giornale e quello dell’allora direttore Antonio Padellaro. Io fino a quell’anno usavo ancora un nickname ingenuo, non ancora il mio nome vero, trattandolo quasi come un giochino, erano gli albori di quelli che una volta chiamavamo social network, sembravamo già grandi ma era solo l’inizio.
Quanto entusiasmo! Quante speranze (nei social network intendo). Nell’orizzonte vicino c’era Obama e la grande campagna del 2008, poi sappiamo tutti com’è andata a finire da Capitol Hill in poi. Ma questa è un’altra storia. Una storia i cui contorni saranno facilmente rilevabili forse tra 50 anni. Ora no, ora ci stiamo troppo dentro.
C’era una volta Twitter, ne capii la potenza reale solo quando vidi un responsabile comunicazione di un grande partito andare in crisi perché le agenzie di stampa battevano i tweet del suo segretario prima ancora dei comunicati ufficiali, i giornalisti d’agenzia preferivano 140 caratteri (diventarono 280 solo dieci anni dopo) a una “cartella” di duemila battute. Era la disintermediazione che si faceva carne.










