Pokémon Pokopia è il classico gioco che al momento dell’annuncio rischiava di essere vagamente snobbato con un’alzata di spalle, almeno da chi non ama questo marchio da anni. Un altro spin‑off a cubetti, l’ennesimo tentativo di spremere la gallina dalle uova d’oro con un po’ di crafting e qualche Pikachu messo lì a fare scena. Poi è uscito su Switch 2, il 5 marzo, e in quattro giorni ha venduto 2,2 milioni di copie nel mondo, di cui circa un milione solo in Giappone, diventando uno dei titoli più rapidi a imporsi sulla nuova console Nintendo e uno degli spin‑off Pokémon partiti più forte di sempre. Il risultato è stato sufficiente a far correre anche il titolo Nintendo in borsa, con un picco intorno al 10% e copie fisiche letteralmente volatilizzate in molti negozi. Non male, per un gioco in cui il tuo ruolo principale non è salvare il mondo, ma sistemare mobili e piantare siepi perché i Pokémon siano felici. Certo, il successo di Animal Crossing New Horizons era là a dirci che questa possibilità c’era, ma erano tempi pandemici e differenti.
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26 Febbraio 2026
Per capire perché Pokopia stia funzionando così bene bisogna partire dal suo protagonista, che non è il solito allenatore adolescente con troppi sogni e uno zaino improbabile, ma un Ditto. Il Pokémon gelatinoso e mutaforma decide di assumere le sembianze del suo vecchio allenatore, in un mondo post‑apocalittico dove gli umani sono scomparsi e i Pokémon faticano a sopravvivere, trasformando di fatto il giocatore in una creatura che imita un ricordo, ma anche simbolo fin troppo attuale di nostalgia e anemonia.






