Non è una novità che fa rumore, ma è una di quelle destinate a incidere concretamente sull’importo delle future pensioni.

L’Inps, con il messaggio interno numero 707 del 27 febbraio 2026, ha fornito agli uffici territoriali le tabelle i coefficienti per la rivalutazione delle retribuzioni da utilizzare nel 2026, uno strumento tecnico che però ha un effetto molto pratico: stabilire quanto varrà, oggi, ai fini pensionistici, il lavoro svolto anni fa.

Per capire di cosa si tratta, basta partire da un’idea semplice. Quando si calcola una pensione, soprattutto per chi ha versato contributi prima delle grandi riforme degli anni ’90, gli stipendi del passato non vengono presi così come sono. Devono essere “aggiornati”, cioè riportati al valore attuale. Ed è proprio qui che entrano in gioco i coefficienti appena pubblicati.

Il meccanismo può essere chiarito con un esempio. Un lavoratore che nel 1995 percepiva uno stipendio annuo di 20 mila euro non vedrà quella cifra utilizzata tale e quale nel calcolo della pensione. Con la rivalutazione prevista dai coefficienti, quel valore può trasformarsi – in termini attuali – in circa 30 mila euro. È su questo importo aggiornato che si costruisce poi la base pensionabile.