Ride, Ilaria. Giuliva ma non è il cognome. «Ragazzi, ci siamo!». Esulta voltandosi verso la telecamera e intanto dimena il volante. Attenzione: non vediamo la cintura. Prudenza! No: forse siamo abbagliati dal sorriso, che però non è Durban’s. «Stiamo andando a Malpensa e a breve ci imbarchiamo alla volta di Cuba». Il passeggero filma e si sente più in pericolo dei legittimi proprietari di casa, italiani e cubani, sebbene l’isola dal 2019 abbia riaffermato la proprietà privata: «Guarda la strada però, eh!». La Salis sembra smarrita. Sembra. Poi ride ancora e fissa di nuovo il poveretto.
Evviva! Si va all’Avana in comitiva, quella della Flotilla, per protestare contro Trump il quale «calpesta il diritto internazionale». Non come il regime comunista coi dissidenti: oggi, secondo l’organizzazione Prisoners Defenders, in carcere ce ne sono appena 1.200 su una popolazione di 9 milioni di abitanti, una delle medie più alte al mondo. E vabbè, neanche avessero Orbán! Amnesty International un mese fa ha denunciato «il crescente accanimento e il deterioramento delle condizioni di salute dei detenuti», sbattuti dentro «solo per aver esercitato i loro diritti umani, secondo un costante modello di repressione e pratiche autoritarie». Inutili lagnanze. Di più: balle, altrimenti la sinistra l’avrebbe denunciato. E poi volete mettere il trattamento disumano riservato a Ilaria? A Budapest, di fronte al giudice, aveva addirittura gli schiavettoni. A Cuba sono più gentili: spesso in tribunale l’imputato neanche ci arriva.














