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Ultimo aggiornamento: 7:05
La Libia è uno dei teatri di guerra dove mia zia e la sua vicina, una donna implacabile che fuma sigarette slovene con le dita sbagliate, tentano di affermare la propria egemonia. Benché in buoni rapporti diretti (ogni mattina fanno colazione insieme sulla terrazza soleggiata del Waldorf alla Balduina, di fronte alla piscina scintillante: alla fine dell’estate sembrano due Mare Maionchi di mogano), sono acerrime nemiche sul piano geopolitico: in Donbass, per dire, zia sostiene gli ucraini, mentre la vicina appoggia i russi.
In Libia facevano entrambi affari con Gheddafi in quanto azioniste Fiat, ma dopo l’intervento Nato che nel 2011, abusando del mandato Onu, lo rovesciò, adesso là i governi sono due: dietro quello di Abdul Hamid Dbeibeh, che ha sede a Tripoli ed è riconosciuto dall’Onu, c’è mia zia; dietro quello di Osama Hammad, che è a Bengasi, dove il potere militare è in mano al generale Khalifa Haftar, c’è la vicina, amante di Haftar dai tempi in cui quello soggiornava a Langey ed era un asset della Cia nei circoli libici anti-gheddafiani in esilio.
Haftar è il vero dominus regionale: con l’esercito controlla giacimenti e terminal petroliferi della Libia centrale, nonché le parti strategiche della costa mediterranea da cui partono molte rotte migratorie verso l’Europa; gestisce inoltre diverse basi militari utilizzate anche da Paesi stranieri. Al controllo militare del territorio Haftar aggiunge la repressione di oppositori e attivisti: il sistema giudiziario è ampiamente influenzato dal suo apparato di potere (grazie alle bombe Nato non c’è stato bisogno di alcun referendum costituzionale, ma non diamo idee a Nordio).






