-Rider italiani, per la maggior parte studenti universitari e giovani disoccupati, che venivano avvisati con chat su WatsApp e pagati meno di tre euro a consegna, tra 2,40 e 2,99 euro.
E' quanto emerso da un'inchiesta della Procura di Messina che ha emesso un avviso di conclusione indagine per caporalato nei confronti dell'amministratore unico e di tre collaboratori di una società operante nel settore del food delivery.
L'operazione è stata condotta da carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro (Nil) di Messina, coadiuvati dal gruppo per la Tutela del Lavoro di Palermo. In un contesto economico fragile, contesta l'accusa, "i rider erano costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare consegne remunerate con compensi inferiori, in alcuni casi, a meno della metà degli importi stabiliti nel contratto nazionale di lavoro, spingendoli a esporsi a rischi stradali elevati pur di raggiungere una soglia minima di sussistenza". L'indagine dei carabinieri avrebbe svelato "l'esistenza di un 'caporalato digitale'" e l'esistenza di un sistema "integrato dall'utilizzo di chat WhatsApp per la direzione immediata dei lavoratori". Per massimizzare i profitti ed evitare i "tempi morti" tra una consegna e l'altra, tra le direttive aziendali vi era l'obbligo per il rider di inviare la parola "libero" tramite l'applicazione e di aggiornarla ogni minuto. I responsabili aziendali monitoravano i tempi d'esecuzione e, in caso di ritardi o lentezze, interpellavano telefonicamente i rider, che non avevano la libertà di rifiutare una consegna. Ogni diniego doveva essere "ben motivato" e, in caso contrario, comportava rigidi ammonimenti o la perdita di ordini successivi.









