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Ultimo aggiornamento: 16:55

È rimasta in protesta per tutta la mattina davanti al ministero della Giustizia, a Roma: nelle mani un cartello con scritto “Sono una studentessa fuori sede e vorrei votare”, ha scritto anche una lettera al presidente della Repubblica. Poi le hanno intimato di andar via. “Sarei voluta rimanere lì tutto il giorno, però a un certo punto mi hanno detto, appunto, che non potevo stare lì, che o me ne andavo o mi spostavano. Sono andata via, ma l’idea domani è ricominciare”.

Veronica ha 23 anni, originaria dell’Emilia Romagna, studia Cooperazione Internazionale alla Sapienza di Roma. Sta ancora cercando di capire se riuscirà a tornare a casa per votare il 22 e il 23 marzo al referendum sulla giustizia. “Mi sembra che la notizia che le persone fuori sede non potessero votare sia passata troppo in sordina mentre, per me è una cosa molto grave, è una limitazione importante del diritto di voto”. Al suo fianco anche il Comitato studentesco referendario per il No del Lazio: “Sosteniamo Veronica e la sua battaglia. Votare è un diritto, non può essere un privilegio”.

Secondo l’Istat, infatti, i fuorisede sono circa 5 milioni tra lavoratori e studenti: “È assurdo, assurdo negare loro il diritto di voto o obbligarli a tornare dove hanno la residenza. Tanto più che per due anni è stato possibile votare come fuori sede nel comune di domicilio: quindi mi chiedo quale sia il motivo di negarlo ora”. Da qui è nata la protesta. “È stata una reazione al fatto di sentirci esclusi dalla vita democratica e politica del nostro paese. C’è sempre questa narrazione che i giovani non si interessino alla politica: semplicemente non abbiamo la voce per farlo perché veniamo silenziati”.