C’è qualcosa di profondamente stonato nel modo in cui gli Oscar ricordano i morti. Il segmento In Memoriam, nato per rendere omaggio agli artisti scomparsi, è diventato negli anni una sorta di classifica implicita: chi merita il ricordo globale e chi invece scivola fuori campo, inghiottito da una memoria selettiva che spesso sembra seguire più la logica dello spettacolo che quella della storia del cinema. La polemica di quest’anno lo dimostra ancora una volta. Nel video tributo della cerimonia sono rimasti fuori nomi che, nel bene o nel male, fanno parte dell’immaginario collettivo: Brigitte Bardot, icona assoluta del cinema europeo; James Van Der Beek, volto simbolo di una generazione televisiva grazie alla serie Dawson’s Creek; ed Eric Dane, il celebre dottor Sloan della serie Grey’s Anatomy.

Eppure lo spazio per altri tributi si è trovato. La cerimonia ha scelto di dilatare doverosamente e giustamente il tempo dedicato a figure come Robert Redford (ricordato da una commovente Barbra Streisand), Rob Reiner e Diane Keaton, con momenti specifici e segmenti dedicati. Scelte legittime, certo: Redford è una colonna del cinema americano, regista premio Oscar per Ordinary People e fondatore del Sundance Film Festival.