SACILE - In un mondo fatto di computer, intelligenza artificiale e mestieri che scompaiono, riscalda il cuore scambiare due chiacchiere con Giuseppe Cescon, per tutti Bepi. Dal 1970, e sono 56 anni quest'anno, calzolaio a Sacile. Prima da solo, oggi che è ufficialmente in pensione, a dar una mano al figlio Jim. Una vita da raccontare, quella di Bepi, la cui famiglia ha radici trevigiane, dalle parti di Vazzola: «Ma poi il nonno comprò campagna qui nel sacilese, a San Giovanni del Tempio».
Cescon nasce nel '41 durante la guerra e non ha nessuna intenzione di fare il contadino. «Avevo uno zio calzolaio in Brasile e io volevo andare in America» e così impara il mestiere «da Gigi Poletto, sotto la loggia del Municipio, ho cominciato che avevo 10 anni» racconta svelando che una volta al piano terra di quella che oggi è la casa comunale «c'erano artigiani e negozi». Comunque, non emigrerà mai negli Usa: «Mi diplomai modellista di calzature a Milano». Subito dopo scoprì che quel mestiere aveva un valore al Nord. In Svezia. Ci rimarrà per quasi dieci anni, giusto il tempo di imparare la lingua, che gli servirà poi anche per un po' di import export e per fare il traduttore nel mondo delle gare motociclistiche. Lingua che conserva ancora, anche perché sogna prima o poi di poter fare la spola, quando a Jim non servirà più una mano. «Sei mesi qui e sei mesi in Svezia». Soprattutto, in quel decennio si innamora di una donna svedese e nascono due figli. Per uno nato per viaggiare, l'intoppo arriva con Sacile: «Che piaceva molto a mia moglie Cristina: ne rimase innamorata». Tornò qui 56 anni fa, era il 1970 e aprì il suo negozio di calzolaio in viale Trieste: «Era la strada più bella della città». Il capitale non gli mancava: «In Svezia mi pagavano molto bene, avevo alle mie dipendenze una quarantina di persone. Arrivai anche a progettare un macchinario specifico per il lavoro delle scarpe che poi l'azienda che mi aveva assunto ha brevettato». Generazione che non si fermava mai, quella che ci ha resi famosi nel mondo.







