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15 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 6:00
Da un racconto apocrifo di Carlo Emilio Gadda. Indubbiamente la mentalità del cane contiene parecchie incognite, tuttora sfuggite all’analisi dei biologi. Le sue virtù essenziali (ubbidienza, sottomissione, fedeltà) subiscono in certi momenti come delle brevi crisi che non costituiscono affatto una rivolta, ma piuttosto una momentanea distensione dei nervi, necessaria al buon equilibrio della sua giornata. Ciò è tanto vero che, dopo essersi messo d’un tratto a correre saettando tra le gambe di una folla in perpetuo moto, tra un interminabile ressa di veicoli; e sparendo, senza dare il minimo ascolto ai richiami; il cane, ritornando al padrone, non riesce a spegnere una scintilla di riso che gli frizza negli occhi, né a spianare una piega di gioia annidata agli angoli della bocca: e se mantiene ferma la coda e basse le orecchie, è per ipocrisia, insegnatagli dalla connivenza con l’uomo. Clara, mia sorella, ne ha uno. Considera fratelli gli altri cani? Assolutamente no, e lo capisco. Come tollerare le loro invereconde ispezioni anatomiche, le sconce insinuazioni del loro muso, gli insani significati espressi dal loro sguardo torbido? Ai circoli viziosi descritti da essi intorno alla sua altezzosa noncuranza, nel suo concetto essi erano veramente indegni dalla benché minima considerazione. Non esistevano. E una parca irrorazione di spigoli di negozio, o di ruota d’automobile ferma, o di un cestino dei rifiuti ai margini di un marciapiede, era tutto ciò che egli poteva dedicare alla loro nullità.






