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4 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 6:00

Tra tutte le forme di vita animale, Carlo Calenda è probabilmente la più negletta dagli osservatori. Il volgo, sempre proclive a infiammarsi per qualsivoglia trastullo (dai selfie ai podcast ascoltati a velocità doppia; dai videogiochi al binge-watching di serie poliziesche in streaming; perfino Sanremo!), suole ignorarlo quando s’atteggia a torero Camomillo dell’arena politica: nessuno che lo conforti col balsamo d’un ganascino, come accade invece a Renzi; forse perché Calenda, d’indole, è schivo e poco incline all’ostentazione.

M’imbattei nel suo lato umano per puro accidente. La scorsa settimana stavo stendendo un trattatello sulle crisi emotive dei politici che alle europee non arrivano manco al 4% allorché il mio sguardo cadde su un reel di Instagram: Calenda era testé approdato a Kiev, scortato da un drappello di sodali. Il mio lavoro di ricerca consiste nell’isolare il politico dal restante bestiario per scrutarne le singolarità, giacché sovente accade che, nel segreto del privato, l’individuo si atteggi altrimenti che non fra la calca. Senonché Calenda è quasi sempre assediato: o da cronisti bramosi di carpirgli una boiata delle sue, o da simpatizzanti che gli si stringono d’attorno perché attratti da sì curioso organismo, uno dei cui tratti peculiari è il modo con cui apre e chiude le palpebre (mai all’unisono): il che suscita immediata simpatia (cosa combinino le sue palpebre di notte, chi può dirlo).