Il termine fantascienza compie cento anni. Nato nel 1926 e arrivato in Italia nel 1952, è un genere che vive di cicli: ottimismo negli anni ‘50, distopia oggi. Nella ventitreesima puntata di Grande Giove, gli scrittori Dario Tonani e Licia Troisi ne raccontano i retroscena. Non è vero che prevede il futuro, lo specula partendo dal presente, ma meglio di quanto sa fare l’intelligenza artificiale. Questa tecnologia si limita a generare testi, gli autori umani vanno invece anche oltre, abbracciando temi più urgenti come la crisi climatica.

“Il termine fantascienza fu coniato da Hugo Gernsback, un nerd ante litteram che aveva creato un casco isolatore per concentrarsi”, spiega Tonani, ricordando poi il successo di Urania, la collana che ha introdotto il genere in Italia con 1745 numeri e meno del 10% di romanzi italiani. L’impulso di immaginare il futuro è però più antico, anzi, secondo Troisi “è sempre stato presente, nonostante in Italia i romanzi di fantascienza facciano fatica a farsi spazio, perché considerati narrativa commerciale, da nerd”. Eppure di parole sul futuro ce ne sarebbe bisogno: soprattutto in un periodo di estremo pessimismo come questo, in cui ci sentiamo impotenti, permettersi di pensare a un domani migliore può essere fondamentale. “Se non sai immaginare una situazione diversa, è difficile impegnarti perché si realizzi” spiega Troisi, ricordando come la crisi climatica ci abbia colto alla sprovvista, solo con il verificarsi di eventi estremi sul territorio, perché fino a poco prima fingevamo di non vederla.