Applicando alla questione petrolifera lo stesso approccio pragmatico che lo ha guidato nella soluzione del conflitto tra Israele e Hamas e che sta cercando di imporre nei colloqui di pace per la fine della guerra tra Russia e Ucraina, l’amministrazione Trump ha deciso la sospensione per un mese delle sanzioni che fino all’altro ieri vietavano l’acquisto di greggio russo. Il provvedimento, che resterà in vigore fino all’11 aprile, rappresenta una svolta significativa nel braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran sullo stretto di Hormuz, la cui chiusura era diventata per il regime di Teheran un’arma ritenuta così potente da essere citata nel presunto primo messaggio al Paese della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei.
Le navi, da giorni, passano con il contagocce (un’ottantina, dall’inizio della guerra, contro più di 1.200 nello stesso periodo dello scorso anno, secondo la Lloyd’s List Intelligence) nella strettoia di mare tra la punta più settentrionale dell’Oman e le coste iraniane, per il timore di essere attaccate da droni e missili, mentre non è ancora chiaro se e in che proporzioni gli iraniani siano riusciti a minare alcuni tratti dello Stretto. E il prezzo del petrolio si è innalzato fino a superare i 100 dollari al barile, diventando una delle armi più potenti nelle mani degli ayatollah.














