Lo chiamano giornalismo, ma è militanza politica. A La Stampa si devono far perdonare da quelli di Askatasuna per non vedersi di nuovo invasa la redazione. Perché non si spiegano articoli incredibili come quello pubblicato ieri a firma di Alessandro De Angelis che, per definire gli elettori di Giorgia Meloni, non ha trovato di meglio che definirli “il suo mondo scalmanato”.
Certo, è bello mettere assieme parole senza senso e soprattutto senza alcun rispetto per chi segue una leader. Ma gli scalmanati sono gli esagitati, quelli che sguazzano nel caos, che provocano violenza: è sottile la differenza con i teppisti. È questo il modo di informare - e deformare - che ha preso piede a La Stampa? È il nuovo modo per proporsi all’editore che verrà? Certo è che si tratta di una modalità piuttosto cafona.
Comunque un giornalismo ipocrita, che finge analisi politica ma in realtà elabora e propina una narrazione faziosa, fuorviante, fasulla. E nel caso di specie sotto i riflettori è finito il comizio di Giorgia Meloni a Milano, raccontato da De Angelis con i panni del militante politico. Come se stesse parlando di una bambina e non della leader del governo del Paese, arriva a descrivere la Meloni in maniera davvero intollerabile. La presidente del Consiglio, parlando del referendum, in sostanza avrebbe provato a moderarsi ma, nel finale, sarebbe tornata alla sua “natura” più polemica, su sicurezza, immigrati e criminalità. Da qui la conclusione: una leader incapace di abbassare i toni e questo perché condizionata dal suo “mondo scalmanato”.







