PALERMO. Condannato a essere eternamente sospettato. Sempre, fino all’ultimo. Anche di Bruno Contrada, con una frase un tantino fatta, si dirà che nella tomba porta i segreti più inconfessabili degli anni di piombo che non furono solo italiani, ma anche tanto siciliani, con il piombo mafioso che colpiva chiunque. Morto all’età di 94 anni, l’ex superpoliziotto ed ex numero tre del Sisde non aveva però condanne – perlomeno “eseguibili”, bizantinismo italiano e anche europeo, coniato quasi apposta per lui – ma nemmeno gli era toccato il risarcimento per un carcere che, a termini di legge, caduta la sentenza di condanna a 10 anni per mafia, era diventato improvvisamente ingiusto.

Un uomo che ha inseguito le contraddizioni sue e di un intero Paese fino all’ultimo: emblematica la vicenda del depistaggio dell’inchiesta sull’omicidio di Piersanti Mattarella, in cui è indagato un ex prefetto, Filippo Piritore (nei giorni scorsi liberato dai domiciliari su ordine della Cassazione), accusato di avere fatto sparire un guanto usato dai killer che nel gennaio 1980 uccisero il fratello dell’attuale Capo dello Stato, presidente della Regione siciliana. Nei giorni nostri Piritore era stato ascoltato dai pm di Palermo, ai quali avrebbe cercato di nascondere la verità. E con chi aveva detto di averne parlato, di quel guanto, 46 anni fa, Piritore? “Col mio capo di allora, il dottor Bruno Contrada”.