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13 MARZO 2026
Ultimo aggiornamento: 6:25
Desidero provare a chiarire pacatamente e in maniera razionale perché ritengo sia giusto votare No al referendum sulla giustizia intorno al quale presto gli italiani saranno chiamati a esprimersi. Dico pacatamente, poiché desidero chiamarmi fuori dal clima livoroso di insulti e di frasi fatte che finora mi sembra abbia quintessenzialmente contrassegnato il dibattito pubblico su questo tema da ambo le parti. Per usare una nota formula di Spinoza, è d’uopo non ridere, piangere e detestare, ma capire.
Sulla separazione delle carriere, l’argomento principe con cui i fautori del sì provano a giustificare la loro posizione, potremmo anche idealmente essere d’accordo. Ma il punto della questione sta altrove: a quale prezzo viene proposto il guadagno di detta separazione mediante il referendum in questione? Il prezzo consiste né più e né meno che nella compromissione della divisione dei poteri, sulla cui importanza mi pare superfluo insistere dopo la lezione imperitura di Montesquieu. Dovrebbe infatti essere noto che l’erosione dell’indipendenza della magistratura e, più precisamente, il suo nemmeno troppo sfumatamente marcato passaggio sotto il controllo del potere esecutivo rappresenta il cavallo di Troia che si nasconde nel referendum sulla giustizia.






