Quando a Palazzo Madama la premier Giorgia Meloni lancia la proposta di aprire un «tavolo con le opposizioni a Palazzo Chigi» sulla politica estera, anche Giuseppe Conte si trova al Senato. E ai giornalisti che lo sollecitano a rispondere alla premier, l’ex premier prima risponde «valuteremo...», poi esibisce il solito armamentario del M5S: «Andiamo a far cosa? Chiariamoci, perché il confronto è qui, oggi. È il confronto più trasparente e cristallino che ci sia». Insomma, di andare a Palazzo Chigi l’ex premier non ha proprio voglia: «Se dobbiamo fare le sfilate e dobbiamo essere presi in giro come sul salario minimo e su tante altre cose...».

In realtà, e questo Conte lo sa bene, il problema è che sulla politica estera il “campo largo” marcia in ordine sparso, come dimostra la pioggia di risoluzioni presentate sulle comunicazioni del governo dai gruppi delle opposizioni: quattro. Ovvero una del Pd, una del M5S, una di Avs e una del trio Azione-Italia viva e +Europa. Con il gruppo dem alla Camera costretto a fare il collage dei documenti: sì alle risoluzioni di Avs e M5S sull’Iran, no a quelle sull’Ucraina. I grillini, invece, dicono “sì” alla risoluzione di Avs, “sì” anche alla risoluzione del Pd, ma non alle premesse, sulle quali i 5Stelle si astengono, e neanche all’impegno riguardante l’Ucraina, sul quale il voto pentastellato è contrario. Altro che risoluzione comune, insomma, come aveva auspicato lo stesso presidente del M5S.