Orazio, nelle sue Satire, celebra la semplicità della vita di campagna e cita cibi umili ma saporiti. Si riferisce alla zuppa di legumi, citando "faba" (fave), "lasana" (cicoria) e porri.
Menziona più volte i ceci fritti nell'olio. Apicio, nel suo ricettario, il De Re Coquinaria, descrive varie preparazioni di legumi. Catone, nel De Agri Cultura, dà istruzioni sulla coltivazione e conservazione di legumi. Parla di fave, lenticchie e ceci, sottolineando la loro importanza. Plinio il Vecchio, nella Naturalis Historia, descrive le proprietà nutrizionali e mediche di vari legumi, definendo ad esempio il lupino come un alimento prezioso, a volte chiamato "carne dei poveri", e poi fave, lenticchie, ceci, piselli e cicerchie.
Nei primi decenni del Cinquecento, grazie agli spagnoli, sono arrivati in Europa e in Italia i fagioli. Importati dall’America Centrale e Meridionale. Già nel 1569 viene documentata un’ampia coltivazione nel nostro Paese dove venivano soprannominati "carne dei poverelli" per il loro alto valore proteico.
Il piatto di legumi, sulle nostre tavole, ha avuto alti e bassi. Ha ondeggiato come hanno ondeggiato l’economia, la moda, i gusti, l’abbandono e la ripresa della tradizione culinaria. Fino a quando la ricerca scientifica, stratificando studi su studi, ha eletto questo alimento a “povero eccellente”. Lo ha eletto a scelta salvifica che permette di assumere proteine non animali assecondando il palato, il benessere dell’organismo e la salute. Stabilendo le caratteristiche nutrizionali: fonte di proteine di origine vegetale, di ferro, zinco, vitamine del gruppo B e di fibra.






