Alla Fondazione Teatro La Fenice di Venezia sta accadendo qualcosa che nel teatro musicale italiano non si vedeva da tempo: il conflitto interno non resta più confinato nelle stanze delle trattative ma emerge pubblicamente, attraverso comunicati, prese di posizione e dimissioni clamorose. L’ultimo episodio è il comunicato diffuso dai sindacati dello spettacolo, nel quale si parla apertamente di «clima che non consentirebbe di operare con serenità» e si mette in discussione il modo in cui il sovrintendente Nicola Colabianchi gestirebbe incarichi e nomine. Parole pesanti, che arrivano dopo settimane di tensioni e polemiche.
Il punto però non è soltanto la cronaca di uno scontro interno. Il caso veneziano riporta alla luce un nodo antico del sistema lirico italiano: il confine tra gestione e partecipazione. Per capire cosa sta succedendo bisogna ricordare che i teatri d’Opera italiani non sono semplici istituzioni culturali: sono organismi complessi, finanziati con fondi pubblici e storicamente caratterizzati da una forte presenza sindacale. Negli anni Settanta e Ottanta molti teatri lirici sono stati veri e propri laboratori di relazioni industriali, dove le rappresentanze dei lavoratori avevano un peso rilevante non solo nelle questioni contrattuali ma anche nell’organizzazione della vita teatrale. In alcuni teatri le riunioni e le decisioni artistiche avvenivano addirittura presso le sedi del partito. Da qui nasce una consuetudine che nel tempo si è radicata: l’idea che le decisioni importanti debbano essere condivise.






