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Ultimo aggiornamento: 14:42
Ieri, nel sud del Libano, nel villaggio di Qlayaa, il prete maronita-cattolico Pierre Al-Rahi è stato barbaramente assassinato da Israele subito dopo i suoi ultimi due discorsi pubblici. Parole di sfida pura, pronunciate da un uomo legato visceralmente alla sua terra come tutto il popolo del Libano meridionale: “Io sono disposto a morire in casa mia perché questa è casa mia. Noi siamo costretti a stare sotto al pericolo perché queste sono le nostre case. Non le lasceremo come un teatro per chi vuole cacciarci per usarle a suo piacimento e occuparle, come abbiamo fatto nel 2024, che siamo stati assediati da Israele ed eravamo solo quattro persone”.
“Non importa quante minacce riceveremo, noi non lasceremo il nostro villaggio Qlayaa. Resteremo, resteremo, resteremo fino alla morte”.
Al Rahi non era solo un prete: rappresentava l’unione dei libanesi al di là della religione e l’attaccamento indissolubile dei libanesi di Qlayaa alla loro patria, quella terra continuamente devastata da Israele e ogni giorno sorvolata dai suoi droni che controllano, minacciano e disturbano con i loro suoni. Nato e cresciuto lì, aveva rifiutato ogni ordine israeliano di evacuazione, incarnando la resistenza quotidiana di una comunità che non abbandona le proprie radici sotto le minacce. In un Libano devastato dalla connivenza della comunità internazionale, i morti per mano israeliana sono già 486, di cui almeno 83 bambini, secondo il ministero della salute libanese; 1313 sono i feriti e quasi 700mila gli sfollati.









