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Lo spirito della riforma già presente nel dibattito politico del '46

"Votare No per difendere la Costituzione" è uno degli slogan preferiti degli avversari della riforma Nordio. Ma siamo sicuri che il sistema vigente sia quello immaginato dai padri costituenti? Basta rileggere i dibattiti in Assemblea Costituente per trovare posizioni che, se ripetute oggi, verrebbero bollate come sacrileghe dai sostenitori del No.

Emblematica è la discussione sulla composizione del Csm che, originariamente, avrebbe dovuto essere paritaria tra laici e togati ma sfociò nell'attuale soluzione mista con prevalenza dei membri in toga grazie a un emendamento di Oscar Luigi Scalfaro. Già all'epoca i padri costituenti lanciarono l'allarme su rischi di "mandarinato" (Giovanni Persico) e di "elettoralismo" (Orazio Condorelli). Il dc Alessandro Turco osservò che "mentre la magistratura reclama la piena partecipazione all'esercizio della sovranità; d'altro canto, nella sua tesi estremista, tende a sottrarsi, con la richiesta di indipendenza integrale ed assoluta dell'ordine, a quella necessaria coordinazione, al collegamento con gli altri poteri sovrani", lamentando la volontà di "rendere indipendente l'ordine giudiziario dalla stessa volontà del popolo". E se l'articolo 104 sancisce che la magistratura è un "ordine" e non un "potere" lo dobbiamo al socialista Luigi Preti che fece passare (parzialmente) la sua tesi usando un'argomentazione oggi indigesta agli autoproclamati difensori della Costituzione: "Va bene che svolgano una delicata funzione e che perciò debba essere garantita la loro indipendenza; ma non si deve giungere a dichiarare nella Costituzione che rappresentano un ordine autonomo e indipendente. Affermare questo vuol dire riconoscere ad essi un pieno autogoverno, quasi che si voglia creare uno Stato nello Stato, o per lo meno una casta chiusa, intangibile. E mi sembra che in questa maniera si limiti anche quella che è la sovranità del Parlamento".