La magistratura italiana «ha perso molta della sua autorevolezza ed efficacia». La sinistra «ha sempre usato la giustizia per provare a vincere le elezioni». Il “predellino” di Giorgia Meloni per il referendum sulla giustizia è un video di quattordici minuti girato su una terrazza romana, sullo sfondo i tetti e i monumenti della Capitale accarezzati da un venticello già primaverile.
La premier guarda in telecamera, scende in campo definitivamente per dare una spinta al sì quando mancano due settimane al momento della verità. E mentre gli ultimi sondaggi fotografano un testa a testa da brividi. Dichiara guerra alle «correnti ideologizzate» che la separazione delle carriere promette di spazzare via. L'obiettivo è «una giustizia più moderna e più autonoma e libera dai condizionamenti della politica, è una riforma contro le degenerazioni di un sistema bloccato e non contro i magistrati». Voce pacata, sguardo disteso, completo beige inframezzato da una cravatta-tie, Meloni si cimenta in un lungo “bignamino” della riforma giudiziaria studiato per filo e per segno dal suo team (dietro l’idea dello “spiegone” con vista su Roma c’è al solito il fedelissimo Tommaso Longobardi).
Tredici minuti e cinquantasei secondi. Saranno spezzati in “pillole video” da riversare sui social della premier da qui all’election day. Magari anche sul palco del teatro Parenti di Milano dove Meloni è attesa giovedì per l’unico suo comizio dal vivo. «Non è vero che questa riforma non risolve i problemi» del sistema giudiziario, dice la leader di Fratelli d’Italia con sguardo fisso nell’obiettivo, «invece incide, in termini di velocità e anche in termini di giustizia» dei processi.











