L’ultimo fuoco alto e visibile sulla raffineria, tra quelli che da quasi cento anni disegnavano lo skyline di Porto Marghera si è spento nel giugno 2023. Il giorno prima era stata annunciata la disattivazione della “torre di torcia” CB1 dell’impianto Altuglas. Quella fiaccola che bruciava gas era tutto ciò che restava del petrolchimico di Venezia, in realtà chiuso un anno prima quando gli stabilimenti sulla laguna hanno smesso definitivamente di produrre etilene e propilene, materie prime dirette ai poli chimici di Mantova, Ferrara, e Ravenna. Appena 400 operai rimasti a “spegnere” quel che restava della raffineria: ci vogliono mesi per disattivarla e metterla in sicurezza. E così è stato. Oggi è tutto spento, i cancelli chiusi, le sirene smontate, gli impianti per il cracking sembrano scheletri di balene adagiate tra terra e acqua, i grandi parcheggi, dove una volta si vedevano migliaia di auto, sono vuoti. Ci sono solo grattacieli di container, visto che la logistica per il porto è rimasta una delle poche attività ancora in vita, ma verso i moli e lungo il canale dei Petroli che porta in Adriatico c’è solo silenzio. Anche dove una volta c’erano la mensa e il dopolavoro teatro delle lotte sindacali, sono rimasti solo vecchi volantini.
Porto Marghera, un futuro sospeso tra veleni e silenzio
Nell’area dell’ex petrolchimico, spento meno di tre anni fa, sono stati “ripuliti” solo il 21% della superficie di terra e lo 0,1% della falda. Venezia aspetta…






