Come valuta il movimento woke e la cancel culture?
«In maniera assolutamente negativa. Però ci tengo a sottolineare che sono tanto critico con la cancel culture nella sua versione di sinistra quanto in quella di destra ispirata al nazionalismo cristiano. Ciononostante è innegabile che in una parte del mondo progressista si è sviluppata una nuova intolleranza verso il dissenso, legata alla identity politics per cui ogni disaccordo viene interpretato come un’offesa a un gruppo oppresso. Qualcosa è andato storto nella sinistra, o almeno in una parte di essa che insegue nuovi assolutismi e pericolose ortodossie. La tradizione della left liberale era fondata, invece, sull’argomentazione, sul dialogo e sulla critica; oggi questo approccio è spesso scomparso.
Comprendo la sensibilità di afroamericani, ispanici, gay e persone trans di fronte ad attacchi percepiti come identitari e diretti, ma dubito che questa politica favorisca davvero i loro interessi».
Perché?
«Ne è la conferma il fatto che negli anni in cui la identity politics è diventata dominante, la disuguaglianza è aumentata. Ci sono state conquiste importanti nei diritti civili, ma la gerarchia sociale si è fatta più ripida. Servono, quindi, nuove politiche sociali, non solo battaglie simboliche. E abbiamo bisogno soprattutto di un ritorno alla cultura del confronto e della critica o si rischia di favorire solo nuove radicalizzazioni da ambo i lati».






