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Il 62% delle aziende usa l'IA per la ricerca e sviluppo

La prossima generazione di farmaci potrebbe nascere prima da un algoritmo che da una provetta. L'intelligenza artificiale sta infatti entrando nei laboratori farmaceutici: analizza miliardi di dati, progetta nuove molecole e promette di ridurre drasticamente i tempi con cui una terapia arriva al paziente. Già oggi il 62% delle aziende del settore integra soluzioni di AI nei reparti di ricerca e sviluppo e la diffusione è destinata a crescere ancora, con un aumento stimato del 45% nei prossimi cinque anni. Parallelamente, il mercato globale delle tecnologie di intelligenza artificiale applicate alla salute registra un'espansione con tassi medi annui vicini al 40%. È il quadro che emerge da un dossier pubblicato da Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), che fotografa una trasformazione ormai strutturale per l'industria biomedicale e che impone anche alle autorità regolatorie di aggiornare strumenti e competenze per governare questa evoluzione tecnologica. Lo sviluppo di un nuovo farmaco resta un processo lungo e costoso: in media richiede circa dieci anni di lavoro e investimenti superiori ai due miliardi. L'intelligenza artificiale, tuttavia, può intervenire su molte delle fasi più onerose, liberando tempo e riducendo gli sprechi già nella ricerca sperimentale. Il paradigma emergente è quello della cosiddetta Augmented R&D, la ricerca aumentata: algoritmi di deep learning sono in grado di analizzare milioni di composti chimici in poche ore, individuare potenziali bersagli terapeutici e stimare la tossicità delle molecole prima ancora che vengano sintetizzate in laboratorio. Secondo il report Digital Continuity di Capgemini, l'adozione diffusa di queste tecnologie potrebbe ridurre fino al 30% i tempi di immissione sul mercato di nuovi medicinali, aumentare del 40% la produttività della ricerca e tagliare del 25% i costi ingegneristici. Alcuni farmaci progettati con il supporto dell'IA sono già entrati in fasi avanzate di sperimentazione clinica sull'uomo.