«Volevano seppellirci ma non sapevano che eravamo semi». È il proverbio che apre Identidad, il documentario, opera prima, di Florencia Santucho, attivista nata a Torino nel 1980 da genitori fuggiti dall’Argentina a causa della dittatura del generale Videla. Un modo per dire che c’è sempre la possibilità di risollevare le coscienze delle persone, ma soprattutto di fare emergere la verità. E il concime in questo caso è il cinema.

Una storia drammatica

Al centro dell’opera una storia vera e drammatica che non tutti ancora conoscono e che molti, troppi, ancora negano, soprattutto in Argentina. Quella dei bambini strappati alle famiglie dei desaparecidos e dati in adozione durante l'instaurazione del regime avvenuta con il golpe di 50 anni fa. Un’operazione condotta tra il 1976 e il 1983 che consisteva nell’affidare ai militari bimbi appena nati dopo aver ucciso le madri. Il film sarà proiettato questa sera – lunedì 9 marzo – alle 20.30 al Cinema Massimo e domani alle 20 al circolo Arci Babelica.

I dubbi sull’identità

Il protagonista è Daniel Santucho-Navajas, fratello biologico della stessa regista. Daniel inizia a nutrire dubbi sulla propria reale identità già all’età di vent’anni. «La prima differenza che sentivo da quei genitori era nei pensieri. Ho sentito la distanza quando loro rivendicavano la dittatura e chiedevano il ritorno dei militari e la pena di morte. Fin dall'adolescenza mi sentivo lontano da quelle idee», racconta. Comincia così un lungo percorso di maturazione che lo porta alle Abuelas (Nonne) di Plaza de Mayo, che custodiscono le informazioni genetiche delle vittime della dittatura e che trovano una corrispondenza del DNA nel 2023. Daniel scopre così di essere nato in un centro di detenzione, dopo essere stato rapito da un poliziotto. Una verità che emerge definitivamente quando ha 46 anni.