Come sempre ogni anno, l’8 marzo è buono per ribadire, lo abbiamo detto e ridetto, che da festeggiare non c’è proprio nulla. Abbiamo più welfare? No. Abbiamo avuto il congedo paritario? Neanche. La parità di genere negli stipendi e nelle pensioni è stata raggiunta nei fatti? Neanche per sogno, anzi le donne sono una delle categorie più povere del paese. E anche nell’immaginario persiste ancora, con rare eccezioni, l’associazione tra maschio, bianco anziano e potere. Sanremo docet. L’anno prossimo sarà condotto da un giovane. Sempre maschio, però.

Vorrei allora fare un piccolo appello. Almeno, liberateci dagli stereotipi su un tema non secondario: la menopausa.

Primo stereotipo, punto di vista maschile-patriarcale. La donna in menopausa è una donna infertile, relativamente anziana, dunque poco attraente. Gli uomini italiani – che nulla sanno del tema – associano la parola all’assenza di desiderio. Si tratta di una forma particolare di ageismo, che nel nostro paese si rivolge soprattutto alle donne, risparmiando sovente gli uomini.

Ora, a cinquant’anni sicuramente non si è giovani, ma se si è anziani lo sono anche i cinquantenni, che pure si ritengono ragazzini. Se poi i cinquantenni si sentono tranquillamente a loro agio ad avere rapporti sessuali con trentenni, dovrebbe valere anche per noi, anche perché onestamente fare l’amore con un ragazzo giovane e riccioluto sarebbe un’esperienza decisamente fantastica, rispetto a portarsi a letto uno stempiato e canuto. Ma figuriamoci: se la prima cosa è normalissima (Muccino tristemente docet), la seconda resta scandalosa (oppure si può solo a pagamento: vedi la serie tv Inganno).