Gli attimi di terrore nell'area persiana della Repubblica Islamica sembrano destinati a continuare e intensificarsi, ma soprattutto a espandersi. Come riportato da Barbie Latza Nadeau, mercoledì scorso un piccolo evento sismico sui fianchi dell'Etna, in Sicilia, ha scatenato il panico collettivo. Secondo i dati della Protezione Civile italiana, i centralini dei servizi di emergenza sono stati letteralmente inondati di chiamate da parte di cittadini che chiedevano terrorizzati se l'isola fosse stata appena bombardata.

Mentre il fronte del conflitto si infiamma a oltre 4.000 chilometri di distanza, la Sicilia si ritrova, quindi, improvvisamente proiettata in una dimensione di guerra psicologica e logistica che non conosceva ormai da decenni interi, se non addirittura dai tempi degli sbarchi durante il periodo della Liberazione. La posizione strategica dell'isola, da sempre "portaerei naturale" nel Mediterraneo, la trasforma oggi in un nervo scoperto della strategia NATO, alimentando un clima di tensione che fonde i timori geologici con quelli bellici. L'atmosfera è diventata talmente elettrica che la natura stessa sembra parlare il linguaggio del conflitto.

Questo cortocircuito percettivo è il sintomo di una popolazione che osserva con ansia, con timori e tremori, il traffico aereo militare intensificarsi sopra le proprie teste. La Sicilia ospita infatti, tra le tante basi, Sigonella, la base principale dell'Alliance Ground Surveillance della NATO e sede di oltre 2.000 militari statunitensi in servizio attivo. È da qui che decollano i droni Global Hawk per il monitoraggio a lungo raggio e dove si coordinano le attività di sorveglianza che oggi puntano dritto verso il Golfo Persico.