Gli effetti potrebbero vedersi già nei prossimi giorni, se gli Usa davvero decideranno di alzare i dazi globali al 15%, come anticipato dalla Casa Bianca.

A quel punto la Spagna potrebbe essere davvero nel mirino di Washington e, in qualche modo, costringere tutta l'Ue a stringersi attorno a Madrid. Sulla politica commerciale, infatti, la competenza resta esclusivamente in capo alla Commissione.

Ma dal punto di vista politico la sfida di Pedro Sanchez a Donald Trump scuote e divide l'Europa, facendo piombare il maggior partito del continente, i Popolari, in un gelo intriso di imbarazzo.

In tanti, a Bruxelles, sussurrano un concetto: Sanchez ha detto in chiaro quello che in diversi, in Europa, pensano. E cioè che quello degli Usa è stato un azzardo, e soprattutto è stato un azzardo non concordato con i suoi alleati transatlantici. Comunque vada a finire la guerra in Iran, i rapporti tra l'Unione e l'America di Trump non sono destinati a migliorare. Anzi, con l'avvicinarsi delle elezioni in Danimarca - a fine marzo - e in Ungheria, il 12 aprile, nuove tensioni potrebbero attraversare l'Atlantico.

Mette Frederiksen con il dossier Groenlandia, Sanchez con il no alla guerra in Iran, Keir Starmer con la sua presa di distanza dall'attacco negli Usa, sono diventati in una manciata di giorni i punti di riferimento di chi politicamente combatte la dottrina Maga. In Europa come in Italia, dove il M5S, il Pd e Avs in queste ore sostengono come il primo ministro spagnolo dimostri che "c'è un'alternativa al capo chino agli Usa".