All’epoca l’Italia poteva contare su cinque centrali a carbone: Fusina, Civitavecchia, Brindisi e due impianti sardi a Sulcis e Fiumesanto (che allora come oggi operano però in un regime diverso avendo un ruolo essenziale per il sistema). Oggi il sito di Fusina è definitivamente chiuso, mentre ormai da mesi si discute di mantenere le centrali di Brindisi e Civitavecchia nella fase di «riserva fredda» cioè pronte a funzionare in caso di emergenze geopolitiche. Insieme le due centrali possono immettere nel sistema una potenza paria 3,6 Gigawatt. Oggi i due siti sono spenti perché, per entrare in funzione, sarebbe necessario rivedere l’Autorizzazione integrata ambientale, scaduta il 31 dicembre 2025, e il Pniec (il Piano energetico nazionale) che ne imponeva la chiusura alla fine dell’anno scorso.