Fuck Stampa, avevano scritto in rosso sui muri della redazione gli antagonisti che il 25 novembre avevano fatto irruzione al giornale degli Agnelli-Elkann. La scritta venne coperta con una mano di vernice bianca, ma tra i dipendenti del quotidiano resta il dubbio di un brutto presagio. Pochi giorni dopo il fattaccio, John Elkann volle andare a fare la passerella della solidarietà in redazione, si fece fotografare con la direzione e con il comitato di redazione. Nessuno, incredibilmente, gli chiese se fosse che li stava vendendo.

Dopo i magistrati, i giuristi, gli insegnanti e i persino i giornalisti democratici, ci toccano pure i medici democratici. Che senso abbia definirsi democratici, che cosa voglia dire in pratica e in che cosa questi professionisti si differenzino da chi fa onestamente il proprio lavoro, rispettando la legge, non si sa. O meglio: si intuisce che dietro il paravento dell’aggettivo democratico si nasconde una visione politica di parte, che ovviamente fa apparire l’appropriazione indebita del termine un po’ meno democratica. Ne è prova la vicenda dei cosiddetti medici democratici di Ravenna, posti sotto inchiesta dalla locale Procura.

«Lo mettiamo in c**o a questi sbirri di m**da». Una delle tante frasi choc che si sarebbero scambiati gli otto medici del reparto di malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna per i quali la procura ha chiesto un anno di interdizione dalla professione. L’accusa? Falso ideologico. Avrebbero compilato certificati in cui si attestavano malattie inesistenti con l’obiettivo, secondo l’accusa, di evitare la detenzione e il rimpatrio nel Paese d’origine di almeno 34 migranti.