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Il caso del giornalista è solo la punta di un fenomeno che lega una morale bacchettona e i processi di piazza. E l’omosessualità torna un pregiudizio
Se la vita fosse solo teatro, Alfonso Signorini sarebbe il colpevole perfetto. Non c'è bisogno di un processo. È l'uomo di potere che non fa nulla per dissimularlo, il suo sorriso un po' ambiguo è il segno che devi fare i conti con lui e da un suo cenno passano carriere, destini, successi, minuti di celebrità. È l'angelo, o il demone, che ha le chiavi del palcoscenico. Il pubblico ci crede e Fabrizio Corona è abile a centellinare quello che sta vendendo: il racconto di una caduta.
L'ultima puntata è il racconto grottesco di telefonate, messaggi, racconti, testimonianze dubbie e sfocate, frammenti di frasi e narrazioni, dove si allude e ogni cosa resta sospesa al confine tra il vero, il falso e soprattutto il verosimile: perché Signorini non dovrebbe comportarsi così? È il cortigiano omosessuale, arrivato dal fondo delle pulci, che il potere ha reso viscido, tanto da raggirare e ricattare le sue prede. È qui che spunta Vito Coppola, personal trainer in cerca di fortuna, che racconta le molestie subite da Signorini. Corona, con movenze da istrione "campionato", ne fa ascoltare la voce: "Alfonso voleva provare a baciarmi e a toccarmi. Mi ha messo la lingua in bocca e mi ha toccato".






