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Ultimo aggiornamento: 13:30

Domenica sera, durante il programma Le Iene, Leonardo Caffo, condannato dal Tribunale di Milano per maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie, si è assolto pubblicamente. In un monologo durato circa un minuto, si è presentato come vittima, sostenendo di aver pagato un prezzo ingiusto: il licenziamento da parte della NABA – Nuova Accademia di Belle Arti – per incompatibilità con il codice etico dell’istituzione. Fin dalle prime battute – “Mi sono sempre dichiarato innocente e in cuor mio so di non aver fatto ciò che mi è stato contestato” – ha disvelato un presupposto implicito.

L’idea di essere al di sopra di tutto.

Se la legge non coincide con la mia narrazione, allora è la legge a essere discutibile. Se una sentenza mi condanna, allora è la sentenza a non cogliere la “verità”. Se un codice etico non mi permette di insegnare a causa delle azioni che ho commesso, allora è il codice etico a essere sbagliato, anzi incostituzionale. E se ho firmato un concordato che mi vincola a non parlare mediaticamente della vicenda, non rispetterò l’impegno preso perché voglio ristabilire la mia immagine pubblica. In questa torsione retorica non ho fallito per le azioni che ho commesso, ma sono stato trasformato in un fallito da un licenziamento ingiusto. La responsabilità si dissolve, sostituita da una narrazione vittimaria che si autoalimenta. E così via, di assoluzione in assoluzione, in un circuito che ribalta costantemente i ruoli e celebra uno smisurato ego: “IO sono Leonardo Caffo, non mi potete fare questo”.