S’è portato dietro e dentro i suoi segreti, nomi e cognomi degli innominabili protettori, le monete che gli vennero pagate, libbre di carne umana, per metterlo in cima al trono. Più che a Giuseppe Fava, in questo momento penso ai sette carabinieri ammazzati (quattro a Palermo, tre a Catania), carne da cannone affinché Santapaola potesse liquidare i conti con i detenuti che quei carabinieri accompagnavano in carcere.Di quel sistema di potere, perfetto ed osceno, che ha governato la mia città per vent’anni, Santapaola è stato il silenziosissimo sacerdote.
Tra i suoi beneficiari, c’era tutta la città che contava e che comandava. Prefetti, giornalisti, procuratori, commissari, colonnelli, editori. La memoria di quegli anni felici e impuniti, di quegli accordi miserabili, Santapaola se l’è trascinata dietro nei suoi trentatré anni di carcere, e adesso nella tomba. Avrà vissuto quel suo silenzio come un segno di virilità, il punto d’onore di chi non parla, non dice, non ammette. Non c’è stato onore né virilità in questo silenzio: solo una lunga, mesta fuga dai suoi fantasmi.
L’ho incontrato due volte. La prima, in questura, il giorno dell’arresto. Il questore mi chiese di venire, di assistere alla sua traduzione verso il carcere. Andai, per non apparire scortese. Mi vidi passare davanti quest’uomo che bofonchiava piano le sue bestemmie tra un codazzo di agenti. Lo guardai salire su un’auto, andarsene: e mi accorsi che non sentivo nulla. Né odio, né rabbia e nemmeno pietà. Avevo il cuore arido, bianco, spento. Me ne vergognai, perfino. E non ne parlai con nessuno: mi sentivo in colpa per non aver sentito bollire dentro di me alcuna collera.












