Era il primo febbraio scorso, una domenica pomeriggio, pochi giorni dopo la sparatoria in via Impastato in cui l’agente Carmelo Cinturrino aveva ucciso Abderrahim Mansouri. Liu Wenham, un trentenne di nazionalità cinese, aveva prima aggredito un vigilante rubandogli l’arma d’ordinanza e poi, pistola in pugno, si era spostato verso la stazione di Rogoredo, minacciando due uomini. A quel punto era stato intercettato da una volante del commissariato Mecenate – lo stesso di Cinturrino – in via Cassinis, ma alla vista dei poliziotti l’uomo aveva "scarrellato" e puntato l'arma. Le Uopi, le unità operative di primo intervento della polizia, erano intervenute mentre faceva fuoco contro il capo equipaggio che aveva risposto al fuoco, centrandolo alla spalla e alla testa. Un colpo fatale: Liu Wenham era morto quasi una settimana dopo al Niguarda. La procura ha iscritto quattro agenti per omicidio colposo "a titolo di garanzia" con la scriminante dell'uso legittimo delle armi per la situazione di pericolo in cui si trovavano.
Ora è la vedova, la signora Ma Xia, assistita dall’avvocato Fan Zheng, a raccontare all’Agi: “Mio marito poteva salvarsi. Poteva essere curato per i suoi problemi psicologici o sarebbe potuto essere ancora vivo se fosse stato colpito dagli agenti alle braccia o alle gambe e non alla testa”. Il suo è un racconto triste, quello del difficile percorso esistenziale del marito. Qualche giorno prima della sparatoria proprio lei si era rivolta alla comunità cinese perché non aveva sue notizie, spiegando che le sue ultime tracce portavano in via Donatello, dove martedì sera era salito su un taxi prima di sparire. La donna aveva raccontato che il marito - padre di due bimbi di due e quattro anni - era partito per l'estero due anni fa dopo il fallimento del loro ristorante in Cina durante la pandemia. E che, dopo aver subito il furto del telefono e dei soldi, aveva avuto un crollo emotivo. "Mio marito viveva in Italia da più di due anni. A gennaio di quest'anno mi aveva raccontato di avere dei conflitti con delle persone di colore e poi che si sentiva depresso. Il 26 gennaio mi aveva detto che qualcuno lo stava inseguendo e che non poteva più tornare a casa. Mi ripeteva: 'Sono arrivati, vogliono uccidermi'. Durante le video chiamate dagli alberghi dove stava e che cambiava sempre non mi diceva una parola, ma con lo sguardo mi faceva capire che erano nella stanza accanto e che sarebbero venuti a ucciderlo".






