La guerra è appena iniziata e il suo esito è incerto. Anche questa nuova fase del conflitto tra l’Iran da una parte, gli Stati Uniti e Israele dall’altra, segue però alcune logiche e traiettorie. Ce le spiega Emanuele Ottolenghi, primo ricercatore senior del Center for Researching Terror Financing.
Perché Israele ha attaccato per primo?
«Ha attaccato per primo solo di pochi minuti. Si tratta con evidenza di un piano coordinato, con una divisione delle funzioni e delle mansioni, non davvero un piano israeliano a cui gli Usa si siano aggregati. In questa prima fase gli americani stanno concentrandosi sulla neutralizzazione delle difese antiaeree e navali dell’Iran e sulla distruzione delle basi e rampe missilistiche, mentre Israele sta prendendo di mira la leadership del regime iraniano. La Repubblica islamica è stata attaccata perché resta una minaccia alla stabilità della regione e perché il suo regime ha dimostrato di essere pronto a tutti pur di non lasciare il potere. I 40mila civili uccisi a gennaio lo dimostrano».
Teheran ha lanciato missili su tutta la regione: il sistema offensivo iraniano tiene?
«Bisogna vedere con che efficacia lo fanno. Anche l’intensità degli attacchi è molto minore di quella osservata durante la guerra dei Dodici giorni, quando, non dimentichiamo, la capacità difesa dell’Iran era già stata molto degradata».






