La nuova legge elettorale rischia di provocare nel Pd un effetto collaterale non da poco. Una scossa, destinata a terremotare il partito proprio a pochi mesi dalle elezioni politiche. L’effetto di cui si parla, nelle chat dei dem, è la fuoriuscita dei riformisti del Pd. Una mini-scissione. Va detto che già da un po’ molti di loro riflettono se si sia opportuno o no restare ancora nel Pd. Ma con questa legge, chi ci stava pensando ha trovato un incentivo in più.
L’assenza di preferenze, infatti, toglie l’ultima scialuppa a chi non è non è in linea con la segretaria. Con le liste bloccate, infatti, il potere di candidare è tutto dei leader, i quali, come sempre, cercheranno di portare in Parlamento le persone a loro più fedeli. Non conterà più il consenso personale, come invece era accaduto alle elezioni europee, dove c’erano le preferenze e infatti Elly Schlein era stata costretta a infarcire le liste di esponenti dell’area riformista, nonostante fossero lontani da lei, ma erano quelli che garantivano preferenze. Questa volta non sarà più così. Certo, ci sarà una quota riservata alla minoranza, ma Schlein dovrà accontentare anche le tante correnti di maggioranza: da quella di Andrea Orlando a quella di Dario Franceschini, da Gianni Cuperlo a Goffredo Bettini, fino a Bonaccini, ex minoranza entrata in maggioranza. Per questo molti riformisti, in queste ore, si stanno chiedendo se valga la pena attendere gli eventi o se non convenga tentare la sorte fuori dal Pd. Anche “extra ecclesiam”, però, non mancano dei problemi. La norma del miglior perdente - per cui tra i partiti alleati in coalizione che non raggiungono il 3%, passa solo quello che ottiene il miglior risultato - costringerà i vari cespugli centristi a unirsi. Diversamente il rischio è che una guerra tra di loro sia fatale per tutti, tranne uno.












