Sei anni fa, di questi tempi, il mondo conosceva il Covid-19. Uffici, scuole, esercizi commerciali e strade vuote: i tempi dei lockdown e della prima conta di ammalati e deceduti. La vita sociale stravolta e tutte le ripercussioni – anche economiche – che questo comportava. L’Italia si apprestava a diventare un’intera zona rossa, che gli abitanti di Codogno e dintorni e di Vo’ Euganeo stavano già sperimentando dal 20 febbraio, con i primi casi di positività al virus SARS-CoV-2 non legati a contatti con persone provenienti dalla Cina, dove tutto ha avuto inizio ufficialmente nel dicembre 2019, con quelle polmoniti anomale che si diffondevano nella metropoli di Wuhan.

Tra i dibattiti su quali fossero le più efficaci misure di prevenzione da adottare, l’affermarsi dei nuovi volti noti della televisione – i virologi –, le indicazioni del Comitato tecnico-scientifico che si trasformavano nei decreti del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e le critiche di razzismo a Donald Trump perché definiva senza fronzoli il virus «cinese», si diffondeva il dubbio sulla vera origine del Covid, complice la sistematica condivisione di contenuti sui social che raccontavano del famoso laboratorio dell’Istituto di virologia di Wuhan. Storie indicate spesso come bufale, ma rimaste vive nell’immaginario. Una fuga, un rilascio calcolato per scatenare una nuova forma di guerra. Quel che bastava per occupare la mente nei lunghi mesi di chiusura forzata e per provare a dare una risposta alla paura che avanzava. Sei anni dopo, dalle pagine della prestigiosa rivista scientifica Nature, che in quel periodo era più che mai tra le fonti accreditate come valide e sicure sul tema, la risposta al dubbio non è del tutto scartata.