Gli ascolti. Gli ascolti sono la cosa più importante. Forse l’unica cosa che conta. In conferenza si parla degli ascolti. I giornalisti, la Rai, il direttore artistico: gli umori variano in base agli ascolti, le valutazioni si pesano unicamente sulla base degli ascolti. Non importa se l’ospite X ha fatto le pernacchie con l’ascella o, al contrario, ha declamato la Divina Commedia (per carità, non è un suggerimento, che qui in un attimo rispunta Benigni...), l’importante è che la curva sia salita, ci sia stato il picco e che la share non abbia tradito. Lo spettatore è un filo annoiato e guarda solo per abitudine? Fa nulla, l’importante è che la sua “testa” rientri nel computo generale. Gli ascolti. E, quindi, il numero materiale di italiani seduti davanti alla tv, ma anche e forse soprattutto la share, ovvero la percentuale di telespettatori sintonizzati sulla tal trasmissione rispetto al computo totale.

Questa fa la differenza, perché è promettendo alte percentuali che si vendono meglio le pubblicità, ovvero la benzina che tiene in vita il carrozzone. Prendete la domanda del collega Giuseppe Candela di Dagospia ieri in conferenza: «Dite che siete felici dei risultati, ma al netto di 2 milioni e 600 mila “teste” perse rispetto a un anno fa, avete venduto spazi promettendo più del 66% e avete raggiunto solo il 59,5. Non è che vi richiedono indietro i soldi?». La Rai smorza: «No, perché l’indotto per i clienti dipende da tanti altri fattori». E sarà certamente così, ma il dato di fatto è che chi lavora dietro alle quinte sta facendo di tutto per riuscire a tener su quella benedetta e vitale percentuale che sposta investimenti e modifica umori.